Devozione

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Il S. Cingolo mariano

Un po’ di storia

Il primo documento ufficiale che parla della cintura della Vergine Maria a Prato risale al 1255. In quell’anno il vescovo di Pistoia Guidaloste Vergiolesi concede una indulgenza parziale a coloro che avrebbero visitato la pieve di S. Stefano nella festa della Natività della Vergine, 8 settembre, per venerare la reliquia. Un simile riconoscimento da parte dell’autorità ecclesiastica presuppone un culto del S. Cingolo già noto e praticato da qualche decennio. Il che ben si adatta a quanto tramandato dalla anonima Historia Cinguli: a seguito di alcuni clamorosi esorcismi, a Prato si sarebbe iniziato a riconoscere pubblicamente il valore della reliquia a partire dal 1173. La stessa fonte precisa che la cintura si trovava a Prato dal 1141, quando Michele, un pratese di modesta condizione e di famiglia ignota, l’aveva portata da Gerusalemme a seguito del suo matrimonio con la figlia di un sacerdote locale. I contatti con la terra santa non erano infrequenti: la prima crociata aveva aperto i canali e la vicina Pisa intratteneva intensi scambi. Dopo averla tenuta in casa per anni, Michele l’aveva lasciata in morte a Uberto, Proposto della pieve dal 1153 (fino al 1174).
Più o meno negli stessi anni – fine XII / inizio XIII secolo – a Prato si venne a conoscere un testo apocrifo, di probabile origine francese (almeno nella sua forma attuale), il cui autore si presenta come Giuseppe di Arimatea, che rifletteva il dibattito teologico sull’assunzione di Maria. Vi si narrava l’assunzione, con l’episodio del dono della cintura all’apostolo Tommaso. L’accostamento fu presto fatto: la cintura di Prato era quella che Maria aveva e lasciato a Tommaso salendo al cielo. L’anonimo autore della Historia Cinguli si incaricò di presentare il quadro complessivo, inglobando il Transito dello pseudo Giuseppe di Arimatea e saldandovi la storia di Michele, dell’arrivo della reliquia a Prato e della sua manifestazione alla città. Egli scrisse in latino, ma ben presto cominciarono a circolare versioni in volgare della storia, di vena alquanto più popolare e con una certa propensione a romanzare, che probabilmente a loro volta influirono poi sulla stessa versione latina della Historia.
A questo punto il quadro era completo e l’oggetto aveva una sua identità precisa. La devozione crebbe rapidamente. Il primo accenno al culto della cintura negli Statuti del Comune risale al 1279. Almeno a partire dal 1292 la reliquia è conservata in un apposito altare vicino all’altar maggiore (ma si ricordi che l’attuale transetto gotico non è ancora esistente). Nel novembre del 1297 il papa Bonifacio VIII concede un’indulgenza di cento giorni ai fedeli che avrebbero visitato la pieve di S. Stefano nelle feste della Vergine e del Protomartire (ma la bolla non fa menzione della cintura), e qualche mese più tardi (febbraio 1298) il legato papale Matteo d’Acquasparta concede una indulgenza a chi visita la pieve di S. Stefano “nella quale – come si dice – c’è il prezioso cingolo della B. V. Maria” nell’occasione di alcune feste, tra cui pasqua, “quando il detto cingolo viene solennemente mostrato al popolo”.
Non passa molto tempo prima del celebre episodio del tentato furto ad opera di Giovanni di Ser Landetto, detto Musciattino, il quale la notte tra il 27 e il 28 luglio del 1312 scassina la custodia nell’altare con l’intenzione di vendere la reliquia a Firenze. Le esitazioni successive gli costano care: arrestato, viene immediatamente processato e condannato a morte. A perenne monito, il Comune ordina che Bettino di Corsino, un modesto pittore pratese, ritragga l’episodio sul muro settentrionale della pieve, lavoro del quale rimangono oggi solo poche tracce presso l’attuale cappella.
L’episodio convince comunque il Comune della necessità di una migliore e più sicura custodia, e si avvia un processo che arriverà a compiersi solo un’ottantina di anni dopo con la nuova cappella. Nel frattempo (1346) il Comune stesso aveva voluto assicurarsi la gestione della cintura e dei relativi introiti impadronendosi della reliquia e spostandone la custodia in fondo alla chiesa, di fronte all’attuale cappella.
All’incirca nello stesso periodo Duccio di Amadore, insegnante di latino nella scuola del Comune, scrive il Cinturale (1340), poema latino che illustra vicende miracolose legate alla cintura fino alla prima metà del XIV secolo.
Con la traslazione della reliquia nella nuova cappella appositamente realizzata (1395) si conclude la fase di assestamento: in duecento anni la reliquia si è fatta conoscere e ha acquisito il suo luogo, materiale e spirituale, nella vita cittadina.
Oltre a folle di fedeli comuni, nel tempo l’hanno onorata e venerata personaggi illustri: il papa Alessandro V e il re di Napoli Luigi II d’Angiò nel 1409, San Bernardino da Siena durante la sua predicazione a Prato nel 1424, il papa Eugenio IV e l’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo nel 1439 in occasione del concilio di Ferrara-Firenze, e ancora i papi Pio VII nel 1804 e 1815, Pio IX nel 1857, Giovanni Paolo II nel 1986, Francesco I nel 2015.

Il significato delle reliquie

Il valore che la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto alla venerazione delle reliquie dipende essenzialmente dalla fede nell’incarnazione: se Dio si è fatto carne, allora è entrato in vera relazione con il mondo materiale. Il corpo umano e i vari oggetti hanno pertanto una relazione con Dio, che diviene speciale quando si tratta di persone – i santi – che con Dio hanno avuto un rapporto particolare. Attraverso la reliquia si viene in contatto – materiale e fisico – con Dio che si è fatto presente, come incarnato, nella persona del santo e nel suo corpo. Ciò vale in modo speciale per la Madre di Dio, nel cui seno il Verbo si è fatto personalmente presente in modo unico. La tradizione pratese attesta due elementi che mettono in rapporto la cintura con la Vergine Maria. Primo, una serie di episodi straordinari che più volte e in diversi momenti hanno indotto a concludere in tal senso. Su questo oggetto – secondo elemento – c’è una storia, secondo la quale essa proviene da Gerusalemme. Tale storia si è guadagnata credibilità sul campo: inizialmente la cintura – così attesta la Historia – non ha nessun culto, e deve aprirsi la strada per la via del prodigio. E’ dunque la via esperienziale, più che quella teorica, la via percorsa dal culto del S. Cingolo per affermarsi. Per la venerazione cristiana questo è sufficiente. Non è essenziale stabilire se effettivamente questa sia stata la cintura con la quale gli apostoli hanno cinto la Vergine al momento della sepoltura (la Historia Cinguli presenta così la cintura, e non come un indumento che Maria ha usato in vita). Storicamente, il rapporto tra Maria e la cintura può essere stato stabilito mediante il contatto con la tomba di Maria e/o reliquie ad essa legate (ivi compresa la cintura), o mediante l’immistione di qualche elemento della cintura originaria nella nuova reliquia. In questo modo hanno potuto emergere anche altre cinture mariane, arrivate in occidente dalla Terra Santa in seguito alla prima crociata, come – per limitarsi alla Francia – la cintura di Le Puy-Notre-Dame (Maine-et-Loire).
All’interno della vasta gamma di significati possibili, quali sono quelli che la prima tradizione pratese ha colto e evidenziato? Il primo: la cintura è testimone materiale dell’assunzione. Il transito dello pseudo Giuseppe rifletteva il dibattito su tale questione, e la Historia mostra uno speciale interesse per la cintura come prova dell’assunzione. Essa la rende tangibilmente presente ai devoti, e per questo il pulpito che sarà realizzato per la sua ostensione richiama la nube luminosa entro la quale Maria è condotta al cielo tra gli angeli che esultano danzanti.
Il secondo: la cintura è segno e strumento della potenza di Dio che, attraverso la Vergine, protegge dal male e dal demonio. Nella rivelazione della Cintola è determinante il ruolo degli esorcismi. In essi emerge con limpidezza la virtù della reliquia, che obbliga gli stessi demoni a proclamarne pubblicamente l’autenticità. Nel racconto degli esorcismi figura tra le altre cose una promessa degna di nota: chi abbia devozione al S. Cingolo non annegherà. Si stabilisce qui un particolare rapporto tra la cintura e l’acqua, già nella Bibbia simbolo ambivalente, di vita e di morte. Qui, evidentemente, si pensa all’acqua in quanto ostile e distruttiva: attraverso la cintura discende sui fedeli la protezione celeste di fronte a tutto quanto minaccia la vita. Se è tipica la situazione della gravidanza, essa non è l’unica: la reliquia fu esposta alla pubblica venerazione per chiedere soccorso in situazioni difficili quali epidemie, maltempo, siccità.

M. Pratesi

testo pubblicato in: V. Bartoletti, La Sacra Cintola di Prato. Storia, arte, devozione, Prato 2016.